Bella e Brutta Musica: ha senso questa distinzione?

“La musica, bella o brutta, seria o ignorante, è lunga. E non ti abbandona. È il rumore dell’anima. E ti si attacca alla pelle e al cuore per non lasciarti più”.

Condivido perfettamente questa affermazione di Mina. Per questo, quando mi chiedono di esprimere un gusto o una preferenza, non riesco a stabilire a priori cosa mi piace e cosa non a seconda del genere. In un certo senso mi ritengo fortunata perché non mi è difficile trovare un punto di incontro, quando si tratta di recensioni, tra il mio gusto personale e l’obiettività. Che poi è uno dei criteri fondamentali per essere un buon critico musicale. Con questo non voglio dire di esserlo, anzi penso di aver ancora molto da imparare e di esperienza da fare per definirmi tale, ma sono partita avvantaggiata perché, nel corso degli anni, sono stata in grado di approfondire la mia cultura musicale, evitando di fossilizzarmi su un unico genere musicale - consiglio fuori dai denti, se mi permettete: vi suggerisco di fare lo stesso percorso, soprattutto se volete parlare di musica. Non vi farà bene solo a livello nozionistico ma diventerete più ricchi umanamente.

La prima testimonianza di quella che sarebbe stata la mia passione per la musica è una fotografia, scattata all’età di 4 anni, con la cuffia enorme di mio padre. Il primo ricordo cosciente, tuttavia, risale all’età di 13 anni quando, andando in un negozio di dischi, comprai l’album dei Take That e dei Nirvana, “Never Forget” e “Nevermind”, in musicassetta. A 14/15 anni ho iniziato ad interessarmi in modo maniacale ai Nirvana, imparando a memoria le loro canzoni e vestendomi con camicie a quadri improponibili come richiedeva lo stile grunge. Da adolescente riconoscersi in un certo tipo di musica ti fa sentire a casa, accettato, cosciente di avere un’identità: per questo motivo si smette quasi subito di cercare, di scoprire nuovi sound in grado di trasmettere qualcosa. Non so se è perché vivo da sempre in una condizione di perenne insoddisfazione o se ho una fame atavica quando si tratta delle sette note, ma il mio lavoro di ricerca è durato parecchio tempo: dal grunge sono passata all’hip hop italiano e francese, all’eurodance per poi approdare al metal più pesante. Tutto questo peregrinare perché non trovavo una dimensione che mi rappresentasse a tutto tondo.

Cominciare a scrivere recensioni è stata una manna dal cielo perché mi ha aperto gli occhi su un aspetto molto importante: quella che avvertivo come povertà, ovvero apprezzare generi diversi senza trovarne uno predominante sugli altri, è in realtà una ricchezza.  Talvolta prendo bonariamente in giro il mio ragazzo, definendolo “antico” perché ascolta Frank Sinatra, ma ovviamente lo faccio scherzosamente. Non c’è un genere che deve essere per forza ascoltato o uno che bisogna evitare come la peste. Quello che può essere un brano discutibile per me, potrebbe essere il brano della vita per qualcun altro. La musica ha varie sfumature ed è sbagliato vergognarsi se, in un momento di tenerezza, abbiamo bisogno di ascoltare una ballad rock dolce e romantica, se quando siamo annebbiati dalla rabbia ci rifugiamo in un brano metal aggressivo e pieno di riff velocissimi o se, quando siamo felici, preferiamo pezzi pop che trasudano gioia e leggerezza da ogni nota. Perché l’unica cosa – oltre all’effettiva qualità – che conta quando indossiamo le cuffie, è essere trasportati in un altro mondo dove esistiamo solo noi e la musica.

Come dite? Se ho un gruppo preferito? Naturalmente, ne ho più di uno. Ma mi sbottonerò di più prossimamente ;)

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