Ormai sono cinque giorni che ci siamo lasciati il 2014 alle spalle, quindi o la faccio adesso o mai più. Cosa? Semplice: la classifica degli album più importanti del 2014. Attenzione, ho detto importanti, non i miei preferiti.

(Minidisclaimer: non sono una poser. I poser sono quelli che cambiano ed esprimono le loro preferenze seguendo le mode del momento. Che non amano la ricerca. Coloro che adorano navigare nelle acque stagnanti di note sentite e risentite, senza mettere in discussione i loro preconcetti musicali totalmente campati in aria, e non sanno riconoscere con obiettività il valore di un album, lasciandosi condizionare dal nome dell’autore. QUESTE sono pose e non fanno affatto per me. Peace And Love.)

1. Damon Albarn - Everyday Robots

Sebbene Damon Albarn sia in circolazione da più di vent’anni, questo è il suo primo vero album solista. Il risultato è di quelli che ti lasciano spiazzato, in positivo. Un viaggio interiore fatto di alienazione, sì, ma in cui il frontman dei Blur racconta se stesso in maniera autentica, aprendo la porta di un mondo pluridimensionale di ombre e luci.

2. Pharrell Williams - G I R L

Di questo album ne ho già parlato abbondantemente (su Outune, qui). In ogni caso, non si può negare che Pharrell Williams stia azzeccando ogni mossa da qualche anno a questa parte. Sulla carta era impossibile immaginare che un disco in pieno stile Motown avrebbe potuto riscuotere tanto successo, ma se sei il produttore del momento con cui tutti vogliono lavorare, e hai anche una voce che ti permette di cantare, l’impossibile diventa realtà. Inoltre, Happy ha quella percentuale di orecchiabilità che non si sentiva da almeno 3 o 4 anni, nemmeno nei tormentoni estivi (che non esistono più, a mio parere).

3. Judas Priest - Redeemer of Souls

Per quanto i puristi metallari possano storcere il naso dinanzi a questo album, muovendo accuse quali la produzione un po’ troppo raffinata o la mancanza di pezzi aggressivi del tenore di “Painkiller”, i Judas Priest sanno sempre come spaccare mantenendo la coerenza della loro identità. L’unico rammarico legato a questo album è la sensazione di trovarsi al cospetto dell’ultimo capitolo della loro discografia.

4. Caparezza - Museica

Siamo stati sempre abituati al Capa un po’ irriverente, con critiche verso tutti e tutto. Con Museica, invece, c’è stata un’inversione di rotta. In questo album, il concept di base è - come spiegato sempre su Outune - l’amore che il cantautore prova per ogni forma d’arte, dalla letteratura ai quadri, passando per la scrittura. Due esempi su tutti: “Cover”, il primo singolo estratto, cita le copertine più famose dei dischi che hanno fatto la storia della musica (avete mai provato a fare la lista degli album citati in questo pezzo?) mentre Chinatown è la prima ballad in tutta la carriera dell’artista pugliese e narra il sentimento profondo che lo lega allo scrivere. Assolutamente imperdibile.

5. Pink Floyd - The Endless River

Album interamente strumentale, fatta eccezione per “Louder Than Words”, pezzo conclusivo e unico brano cantato all’interno dell full lenght. Ok, mi sembra già di sentire in lontananza voci che dicono “che avrà mai di speciale questo disco dei Pink Floyd? Hanno riciclato il loro materiale, capirai che impresa”. Il punto è proprio questo: The Endless River è dichiaratamente il commiato che i Pink Floyd stanno rivolgendo ai loro fan, la degna conclusione di una carriera iniziata nel 1965, nonché un tributo al compianto tastierista Richard Wright, (scomparso il 15 settembre 2008). Chi si aspettava grandi rivoluzioni non ha capito un accidente. Immaginate, che ne so, i Kiss che annunciano la pubblicazione del loro ultimo album: vi aspettereste un disco neomelodico napoletano? Lo escludo.

Menzioni d’onore:

Kasabian - 48:13

Lo confesso, in passato non stravedevo affatto per i Kasabian, erano nel calderone di gruppi britannici che sì, sono bravi, ma non hanno quel quid in più. Poi è arrivato 48:13 e ho dovuto rivedere la mia posizione. Non solo perché 48:13 è una pura esplosione di energia e adrenalina ma soprattutto grazie alla loro personalità finalmente emersa del tutto. Per non parlare poi della meravigliosa e divertentissima intervista fatta in un caldissimo pomeriggio di giugno su un tram tutto fucsia (il colore della copertina dell’album) che viaggiava per le vie del centro di Milano. L’audio non era dei migliori ma è stato uno degli incontri più singolari e divertenti da quando partecipo a interviste e conferenze.

David Guetta - Listen

No, non mi sono bevuta il cervello. Quando mi hanno comunicato che avrei dovuto recensire il disco di David Guetta ho passato giorni a dire ”Dio, perché proprio a me?”. Invece, dopo il preascolto, ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Per una volta, infatti, il dj ha lasciato perdere tutte le tamarrate di cui siamo a conoscenza e ha deciso di far prevalere gli strumenti.Il risultato è stato una produzione che non ha nulla fuori posto. Decine di collaborazioni e vari generi esplorati, dal reggaeton alla commistione col blues. La punta di diamante è il primo singolo, una commistione di pop e funk anni ‘70 a dir poco perfetta. Da segnalare anche la presenza di una ballad piano e voce, con la bravissima Sia Furler. Listen è la dimostrazione che, quando i DJ decidono di far parlare il cuore e non i dischi che scratchano, sono in grado di realizzare un prodotto nettamente superiore.

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