Michael Holbrook Penniman, che noi tutti conosciamo come Mika, ha pubblicato il 15 giugno il suo quarto album di inediti No Place In Heaven. Un disco, questo, col quale Mika ha voluto aprire se stesso e sconfiggere la vergogna. Come ha confermato lui stesso durante l’incontro con la stampa avvenuto qualche giorno fa a Milano.

Cosa significa per te “No Place in Heaven”?

Anche se sembra un titolo triste, giuro che non lo è. Non sto cercando un posto in paradiso. Se un giorno dovesse esserci, tanto meglio. Ma non è quello che voglio. Ho scritto un disco intimo ma anche pop per esorcizzare la paranoia tipica della cultura libanese, ovvero quella della vergogna. Ho voluto fare questo disco per raccontarmi senza provare più vergogna, per far capire che adulto sono e che persona voglio diventare.

Hai detto di aver voluto realizzare un album intimo e pop, come ci sei riuscito?

Per quanto riguarda il sound, mi sono ispirato all’Elton John dei primi anni ‘70. Ho scritto l’album in un bungalow degli anni ‘50 sulle colline di Hollywood. Questa atmosfera mi ha permesso di fare un album molto “craft”. Mi spiace, in un certo senso, quando pubblico un album perché lascio andare una parte del mio lavoro.

Nell’album ti racconti a tutto tondo. C’è anche un brano, All That She Wants, in cui racconti il rapporto con tua madre.

Esattamente. Fino a 5 anni fa mi riusciva molto difficile parlare di me e della mia vita, ma oggi non è più così. Con mia madre ho un rapporto speciale, me la porto in giro praticamente dappertutto. Non la faccio mai star ferma, poverina. Però so che il 90% delle volte è molto orgogliosa di me, della mia carriera e della persona che sono. Il 10 % pensa, come tutte le mamme, che sarebbe bello se avessi un lavoro stabile e se andassi da lei a pranzo con mia moglie e i miei figli.

All’interno del tuo disco c’è anche un pezzo per Freddie Mercury, Last Party. Quanto è stata importante la sua figura nella tua vita?

Tantissimo, è stata fondamentale. Sapevo che sarei stato un musicista dall’età di 14 anni, ma non sapevo come: in me convivevano la formazione classica e l’amore istintivo per la musica pop. A 15 anni ho scoperto i Queen e ho avuto la certezza che due mondi a prima vista così lontano potevano fondersi e dare vita ad una nuova dimensione. E, a proposito dei Queen, oggi sono molto amico con Roger Taylor e Brian May.

Un tuo brano si intitola Good Guys, ma fai riferimento a personaggi quali David Bowie, Arthur Rimbaud, Andy Warhol, James Dean, Rufus Wainwright. Qual è il fil rouge che collega questi personaggi l’uno all’altro?

Sicuramente l’anticonformismo, ma non nel senso snob del termine. Anzi, avevano (e hanno) istinti emozionali ed intellettuali non indifferenti.

In passato si è vociferato diverse volte di una collaborazione in studio tra te e Morgan. Quanto c’è di vero?

Non stiamo lavorando a un disco ma spero che prima o poi avvenga. Ho visto Morgan lontano dagli studi di X Factor, e sono rimasto stregato dal suo entusiasmo quando ha a che fare con lo studio di registrazione e gli strumenti, sembra quasi un bambino in un negozio di giocattoli. Però una cosa l’abbiamo fatta: ha trasformato un pezzo che avevamo composto io e Guy Chambers (noto produttore che vanta una lunghissima collaborazione con Robbie Williams, ndr) e l’ha trasformato in Andiamo a Londra, che poi ha portato in giro con i Bluvertigo. Spero che io e Morgan avremo presto possibilità di lavorare insieme.

Quanto è importante per te il ruolo del giudice in un talent? (giudice a X Factor Italia e Coach a The Voice of France).

E’ un ruolo che prendo molto seriamente, perché mi consente di parlare di musica ed esprimere i miei gusti musicali, anche se ad altri non piacciono. Per esempio, nella scorsa edizione di The Voice of France si è presentato un ragazzo zingaro di 16 anni, Kendji. Sono stato l’unico a girarsi per lui e alla fine è stato il trionfatore del programma. Fino ad oggi ha venduto 1.200.000 copie di dischi.

Oggi si può dire che finalmente conosci bene l’Italia. Cosa ti piace e cosa non tolleri del nostro paese?

Adoro il vino italiano e il Piemonte in particolare, non solo per il vino! La gente piemontese inizialmente è molto chiusa ma poi, se la conosci bene, ti accoglie a braccia aperte. Evito a tutti i costi, invece, le spiagge: non me lo spiego, ma i vostri zoom sono praticamente dappertutto! A livello umano, invece, mi sento molto a mio agio nel vostro Paese. Lo spirito mediterraneo rappresenta un po’ il mio modo di essere.

E’ vero che stai scrivendo un libro?

Non è esattamente un libro, è più una sorta di diario, a tratti comico e a tratti molto duro. Sarà edito da Rizzoli.

Tra giugno e settembre sarai protagonista di sei concerti in Italia, dalla magnifica cornice di Taormina, nel Teatro Antico, al forum di Assago. Cosa possiamo aspettarci dal tuo show?

Non vedrete elementi tecnologici quali i led, perché non incontrano il mio gusto estetico. A me piacciono elementi belli e, al contempo, autentici, che possono essere fatti a mano.

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