Ieri mattina mi sono svegliata con una di quelle notizie che non si vorrebbero mai dare: la notte tra domenica e lunedì, alle 00:30, Pino Daniele è morto a causa di un infarto. Si era sentito male poche ore prima, alle 21:30, mentre era nella sua abitazione in Maremma. A nulla è servita la corsa disperata verso l’ospedale Sant’Eugenio di Roma: Daniele, a cui era già stata praticata la rianimazione cardiorespiratoria, è spirato poco dopo e i medici hanno solamente potuto accertare il decesso.

In queste ore si sono succedute polemiche sulla decisione del bluesman di tentare la corsa disperata - interrotta da una ruota forata - all’ospedale di Roma anziché salire sull’ambulanza ormai a pochi metri dall’abitazione toscana del cantautore. La realtà è che, a differenza di Mango la cui salute sembrava perfetta, Pino Daniele soffriva da ben 27 anni di una grave patologia cardiaca, tanto che nel corso degli anni si era dovuto sottoporre a diversi interventi per mettere 5 bypass cardiaci. La decisione di andare al Sant’Eugenio, per quanto possa sembrare incomprensibile, è presto spiegata: il suo cardiologo di fiducia, Achille Gaspardone, è Direttore dell’Unità Coronarica dell’ospedale ed era al concorrente di tutta la storia clinica del cantante “la sua vita era appesa a un filo e lui lo sapeva bene. Ogni giorno era un giorno di vita in più guadagnato. Purtroppo, la fine era nell’evoluzione stessa della malattia”. Fin qui i tristi fatti di cronaca. C’è però un’altra cosa sulla quale vorrei concentrarmi e che vale non solo per lui ma anche per tutti coloro che vengono a mancare nella scena musicale: gli ascolti su Spotify, o i download dei dischi, si impennano. È triste vedere gente che riscopre un artista solo in occasione della sua morte.

Mi spiego meglio: per quanto mi riguarda, il primo incontro musicale con Pino Daniele fu quando ero alle elementari a causa di un mio compagno che, per tutta la mattinata, aveva cantato “‘O Scarrafone”. Lo ritrovai una decina di anni più tardi, quando stavo cominciando ad approfondire la mia conoscenza musicale, grazie al mio fidanzatino dell’epoca: lui, partenopeo fino al midollo, durante uno dei miei soggiorni a Napoli mi fece scoprire alcuni fra i pezzi più belli di Pino Daniele, tra cui “A me me piace ‘o blues”, “Je so’ pazzo” e “Napul’è”. Rimasi piacevolmente stupita, io che all’epoca lo associavo solo a “‘O Scarrafone”. Sebbene non diventai mai una sua grande ammiratrice, conobbi un musicista che ha dato, e continuerà a dare, un ricco patrimonio musicale e, soprattutto, umano. a Napoli e all’Italia intera.

Anche io ho ascoltato uno o due suoi brani, non posso negarlo. Il fenomeno preoccupante, come dicevo poc’anzi, è il successo ritrovato post mortem. Non sto parlando dei suoi ammiratori, capita durante la nostra vita di attraversare fasi in cui approfondiamo certi artisti, per poi scoprirne altri nuovi e così via. E’ quindi naturale riabbracciare la musica che tanto ci ha fatto sognare, quando l’autore viene a mancare. Al contrario, mi riferisco a tutti coloro i quali cominciano a seguire un artista dopo la sua morte solo perché è cool ed è la moda del momento. Perché questa tendenza? Perché un musicista acquista un’importanza esponenziale nel momento in cui muore? Cosa c’è dietro questa dinamica becera e cinica? Cosa impedisce, a queste persone, di apprezzare il lavoro di un cantautore quando è ancora in vita?

Non lo capirò mai, o probabilmente mi rifiuto a priori di capire. Spero, più che altro, che si tratti di enorme ignoranza dovuta a una gran superficialità perché se fosse un modo per farsi notare da amici/conoscenti/colleghi e quant’altro, la mia già scarsa fiducia nel genere umano calerebbe a picco peggio del Titanic.

Che si tratti di cattiveria o di superficialità, la cosa non cambia: alla base c’è una grossa lacuna in materia di cultura musicale. Occorrerebbe avere dei genitori, o dei fratelli più grandi, che ci educhino all’ascolto della Musica a 360 gradi e, una volta raggiunta un’età adeguata per capire ciò che ci piace e cosa no, decidere e intraprendere quella direzione. Il paradosso, tuttavia, è che in Italia - considerata la culla dell’arte - manca questo tipo di approccio, e la musica viene catalogata come un bene accessorio, un qualcosa di cui si può fare a meno.

Ho un ricordo freschissimo dolceamaro legato a Pino Daniele: era la notte di Capodanno, 6 giorni fa, stavo guardicchiando qua e là col moroso la trasmissione su RaiUno per festeggiare l’arrivo del 2015 e, dopo una serie di sbarbatelli provenienti dai talent che coverizzavano canzoni di successo, Pino Daniele aveva fatto il suo ingresso con la sua inseparabile chitarra. Ho esclamato “dopo tutta questa muffa, la Rai ha chiamato un cantante ad eseguire i suoi pezzi. Era ora!”

Non mi è mai capitata l’occasione di intervistarlo e me ne rammarico. Come ho già detto, pur non essendo sua fan è un artista che stimo e mi ha sempre dato l’idea di essere una persona semplice e umile, innamorata del blues e della sua chitarra. Sono convinta che avrebbe potuto trasmettermi parecchio una chiacchierata con lui. Purtroppo non avrò più modo di incontrarlo.

Ciao Pino, riposa in pace.

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