Lo spunto per il secondo giorno de I Venti Passi è probabilmente uno dei più difficili per me. Si tratta di descrivere un luogo in cui vorrei essere teletrasportata, una sorta di oasi, non necessariamente nel presente: volendo, potrei andare a spasso nel tempo. Non sono una che si affeziona velocemente, né alle persone né, tantomeno, ai luoghi. Mi capita molto spesso di sentirmi soffocare, di provare un disagio innato e pentirmi di non aver un super potere: quello di volatilizzarmi in un nanosecondo. Una volta pensavo fosse la folla di gente a infastidirmi; in parte è vero ma non è solo questo. Quando mi sento mancare il respiro, si fa viva in me la sensazione di non appartenere a un luogo - un po’ come recitano Thom Yorke e i Radiohead nei versi finali della loro Creep.

Per ora ho detto tutto ciò che non mi piace. Ma cosa mi piace, davvero? E’ questo il problema: non ho ancora trovato il mio posto nel mondo. Quando la tua linfa vitale non è andare alla ricerca di paesaggi che fanno da sfondo alla vita quotidiana ma vivere di vibrazioni che solo la musica può darti, è difficile sentirti a casa. Talvolta, però, mi isolo e mi sforzo, sogno a occhi aperti. Non è nella mia natura però ogni tanto bisogna riconciliarsi con la parte più intima di sé. In un attimo, mi ritrovo in un posto che non ho mai visitato prima. L’atmosfera è futuristica, a naso potrei dire di trovarmi in Giappone, ma non negli angoli di natura incontaminata: la natura è magica, è vero, ma non ha il potere di tranquillizzarmi. Ho bisogno di stare sola e, allo stesso tempo, avvertire il caos della città che si muove. Percorro un lungo marciapiede in completa solitudine, con la frenesia degli abitanti del posto come sottofondo, leggo i cartelli e vedo che non sono scritti in hiragana o katakana, né si vedono kanji. Non sono di certo in una località nipponica, ma non mi interessa. Il cielo non ha una nuvola, in compenso ci sono dei riflessi argentei che abbagliano, se si osa guardarli. Lascio che questa luce fredda illumini la strada davanti a me, quando vedo scorgere in lontananza un grattacielo completamente asimmetrico, una costruzione recentissima si direbbe.

Sento un’irresistibile attrazione verso questo palazzone d’acciaio, e più vado avanti più l’aria si fa pungente. Arrivo al cancello, non faccio in tempo a sorpassarlo che subito mi trovo al cospetto di una porta completamente nera, pare quasi realizzata in vinile. Tiro il fiato, mi faccio coraggio e proseguo. Non credo ai miei occhi: sono all’interno di una biblioteca tanto maestosa da far impallidire quella di Città Vecchia in Game Of Thrones. Qui però non ci sono libri, bensì dischi, strumenti musicali, impianti hi-fi e tutto quello che è in grado di produrre un suono. La mia titubanza lascia spazio alla gioia di una bimba nel paese dei balocchi. Non ha più importanza il grigiore del mondo esterno: ci siamo solo io e la mia meravigliosa dama delle Sette Note. Che il resto vada pure a rotoli, sono finalmente tornata a casa.

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